Il
ritorno
Il freddo, favorito dall'umidità tagliente, aveva passato
i guanti e si insinuava fra le dita del giovane, diminuendone
la sensibilità. Meticolosamente il ragazzo apriva e chiudeva
le mani per trasmettere forza e poi dolcezza al cuoio delle redini
fino alla bocca della cavalla, per niente persuasa. Le appoggiava
gli speroni ai fianchi e la chiamava a sé, corta, rotonda,
sudata, fumante. Stavano attraversando un campo incolto, che l'estate
è una selva di granoturco e, nonostante il terreno pesante,
l'animale non diminuiva la sua spinta, con gli zoccoli melmosi
e le narici dilatate. Il ragazzo cercava di raccoglierla ma si
sentiva stanco, infreddolito. Il cielo era di piombo, la cavalla
nera sentiva il branco, la scuderia. I fossi emanavano nebbia
come piccoli fiumi d'etere bianco. Erano ormai vicinissimo alla
casa che videro subito dopo il muro verde dell'argine (larga matrona
con i muri gialli) cinta di pioppi spogli, quasi finta, nella
sua decorosa compostezza contadina. Il terreno scivolava fradicio
e infreddolito sotto gli zoccoli della cavalla, con ritmici suoni
putrefatti. L'inverno padulino è umido e segreto. Arrivati
alla scuderia, il ragazzo scese con un balzo, il lungo impermeabile
fece la ruota, le sue gambe indolenzite ammortizzarono l'impatto
con il terreno. Mentre liberava l'animale, visibilmente contento
di tornare nel suo recinto, immaginò il tè caldo
che lo aspettava davanti al camino.
Il "Bottaccino" riposava placido e imbacuccato: i muri
umidi, i tetti antichi popolati di muschi, le finestre, incoronate
da archetti di mattoni, socchiuse come occhi sonnacchiosi, il
grande arco sulla facciata aperto come una bocca a ghermire il
prato, l'edera arcigna folta come una barba incolta, lo sbuffare
silenzioso dei caminetti a mescolare il grigio del fumo al grigio
del cielo.
Finalmente a casa!
Capodanno
Partimmo che la giornata non si era ancora decisa, appesantita
da nuvole basse e grigie: due cavalli, attrezzatura leggera
e una macchina d'appoggio con il grosso del materiale. La base
sarebbe stata l'antico monastero, ormai largamente diroccato,
nascosto sulle colline boscose che dividono la Valdinievole
dalla valle di Pistoia. Ritenevamo infatti che fosse meglio,
visti i rigori del clima, avere un rifugio coperto dove montare
la tenda e accendere il fuoco. Quasi cinque ore di sella arrampicandoci
proprio accanto alla rocca di Monsummano alto, attraverso oliveti
addormentati, sentieri rossi d'argilla con cielo a sprazzi,
rovi taglienti, sudore di cavalli. Faticosamente, al buio, bagnati
da una pioggerella sottile e inesorabile, costruimmo il nostro
rifugio al piano alto del convento nell'unica stanza con pavimento
e tetto. Appena acceso il fuoco l'atmosfera si fece più
calda, più allegra.
Guardai la mia compagna, bella e stanca, e mi sentii nel posto
giusto del cosmo, nascosto fra queste mura aggredite dal tempo
e dai rampicanti del bosco. La notte dell'ultimo giorno dell'anno
facemmo festa: intorno al fuoco cantammo, danzammo, sconfiggendo
il freddo con il vino rosso, la fame con le salsicce alla brace,
la malinconia guardandoci negli occhi, senza paura del buio
o della foresta. I cani attenti un po' alle salsicce e un po'
ai rumori, i cavalli tranquilli anche quando l'intera valle
sotto di noi divenne uno spettacolo pirotecnico, un immenso
pentolone gorgogliante e colorato.
Notte felice: disegnai una pittura augurale con i carboni del
fuoco, sulla parete decrepita della nostra tana, poi, esausti...ricominciammo
a sognare.
Una vacanza a cavallo al di là di ogni sogno
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